Ora come allora è nostro dovere difendere il mondo libero.

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Caro direttore,
era il 19 agosto 1991. Il mondo stava cambiando. Avevo 12 anni e coi miei genitori eravamo partiti da Arcore, dove abitavamo, per fare una prima tappa a Petroșani, cittadina mineraria della Transilvania, dove mia mamma era nata e mia nonna ancora viveva. Dopodiché proseguimmo sempre in automobile verso Neptun, una località turistica sul Mar Nero.
Il muro di Berlino era caduto due anni prima, con lui se n’era andato il regime di Ceaușescu e la Romania, la mia seconda patria, un paese in cui mi recavo ogni anno tra mille difficoltà per vedere i parenti, era già irriconoscibile: gli scaffali dei negozi erano colmi delle merci più svariate, era possibile trovare cibi come petti e cosce di pollo senza difficoltà e non dovevi parcheggiare in fila per una notte al distributore di benzina per poterti rifornire. Ciò che più era cambiato era però il clima che regnava nel paese. Le persone erano positive, si respirava aria di libertà, voglia di divertirsi, viaggiare, stare insieme e c’era speranza per il futuro della Romania.
Un clima ben diverso da quello plumbeo, di rinunce forzate, scarsità di tutto a cominciare dalla libertà di parola, e sospetti che aveva indiscussamente regnato fino a dicembre del 1989.
I miei zii erano fuggiti dalla Romania anni prima, ottenuto lo stato di rifugiati politici in Svizzera e quindi considerati criminali dalla Repubblica Socialista Romena. Nonostante quest’ultima non esistesse più, nei primi anni di passaggio dal Socialismo alla Democrazia liberale, le posizioni giudiziarie di chi aveva commesso reati politici ancora non erano state del tutto chiarite.
Da Neptun quindi ci dirigemmo alla vicina Bulgaria, in un complesso turistico vicino a Varna in modo che mia nonna potesse incontrare mia zia, sua figlia, impossibilitata come il marito a rientrare in terra natia. Vennero anche i genitori di mio zio provenienti dalla città di Cugir. Facemmo un bel pranzo in famiglia; era la prima volta che andavo in Bulgaria e tutte quelle scritte in cirillico mi incuriosivano non poco. Ero elettrizzato dall’idea di passare la notte in uno stato che non avevo mai visitato. Le camere in hotel erano già prenotate per tutta la famiglia.
Nel primo pomeriggio notammo però che diversi MIG sorvolavano la zona a bassa quota: ricordo che riuscivo a distinguere le sagome dei piloti. Gli adulti volevano capire cosa stesse accadendo ma il notiziario alla TV era in bulgaro e nessuno riuscì a carpire una singola parola. Chiesero alla reception dell’albergo; Gorbaciov era sotto sequestro nella sua dacia in Crimea, era in atto un golpe, come nei film di spionaggio.
Ci dissero che le autorità Bulgare e Romene avrebbero probabilmente chiuso le frontiere a breve.
Dovemmo rimetterci in auto e rientrare a Neptun. Facemmo le valige, ripercorremmo il Paese fino alla Transilvania per riaccompagnare a casa mia nonna per poi proseguire attraverso l’Ungheria e l’Austria.
Il mondo è cambiato, è vero, ma da questo, come da tanti altri episodi che ho vissuto, ho capito che la libertà e la democrazia sono beni preziosi e come tali c’è sempre qualcuno pronto a minacciarli. Ora come allora è nostro dovere difendere il mondo libero.

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